Maria Pawlikowska-Jasnorzewska è, con Anna Swir e Wisława Szymborska, l’astro muliebre più fulgido della poesia polacca del Novecento. È anche il primo, in ordine cronologico, di quella triade – magnifica “cintura d’Orione” di una costellazione che comprende Julia Hartwig, Urszula Kozioł, Halina Poświatowska, Ewa Lipska e altre luminose individualità. Perché solo nel Novecento questa esplosione di voci femminili? Perché solo allora la cultura polacca si è liberata dai modelli di abnegazione privata e civile forgiati da una storia difficile: all’indomani della Grande Guerra, in un Paese finalmente indipendente, proprio Maria Pawlikowska rompe in poesia l’egemonia maschile imponendosi come “la Saffo slava”, autrice di una lirica sensuale e raffinata, vitalistica ma anche ironica, che s’immerge ora nella natura, di cui registra fragranze, colori e suoni, ora nella vita moderna, fra ballerini e medium, modelle e fattucchiere. La presente silloge è un viaggio lungo l’intero arco creativo della poetessa, dagli spensierati Sogni a occhi aperti (1922) alle miniature di Baci (1926) e alla raccolta dedicata al “dancing” (1927) fino alle cupe poesie del tempo di guerra, quando i suoni che registra sono quelli delle sirene antiaeree, “dissonanti come la musica moderna”. Un’opera, quella di Pawlikowska-Jasnorzewska, che resta fino alla fine un inno “al mondo”, come nella poesia così intitolata: “Il mondo è per me, e io per il mondo,/ che calpesta il mio cuore fino in fondo/ come fa il più maldestro degli amanti./ […] Bacio la sua bocca tentacolare:/ mondo caro, parlami dell’amore,/ prima che nel tuo abbraccio m’addormenti”.
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